La morte di Khamenei è una buona notizia, il futuro un mistero
La morte di Ali Khamenei, leader supremo dell’Iran degli Ayatollah, annunciata prima da Netanyahu e poi confermata da Trump, rappresenta simbolicamente la fine di un’epoca, anche se nessuno può dire con certezza che colore avrà l’epoca nuova: né se davvero nuova, e come, quest’epoca sarà. Lungamente annunciato, tanto atteso da essere previsto da tutti, a cominciare dagli iraniani, l’attacco israeliano di ieri mattina su Teheran è arrivato puntuale, quasi telefonato, e però veramente letale, a suo modo definitivo. L’obiettivo dichiarato era il “nucleare iraniano”, cioè impedire lo sviluppo del programma nucleare da parte della teocrazia sciita iraniana, ma quello primario, sicuramente fondativo anche del progetto nucleare, era invece la destituzione violenza della guida religiosa-politica di Khamenei, il garante della lunga continuità che aveva ereditato il timone della rivoluzione islamica da Ruhollah Khomeini, di cui era stato delfino e consigliere. Entrambi, seppur in modo diverso, hanno lasciato Teheran e la terra poco prima di compiere 87 anni.
Quanto successo ieri a Teheran spiega una volta di più, se ancora ce ne fosse il bisogno, come funziona il “nuovo mondo”, quello “di Trump”: lui e i suoi amici, i suoi alleati più fidati, possono rovesciare regimi avversi
